Qualcuno l'ha definita "dirty boxing" ovvero boxe sporca perché le sue connotazioni da strada e fuori da ogni regolamento pugilistico sono palesi. Parte integrante almeno parzialmente di ogni corso di JKD Concepts che si rispetti la boxe filippina fa parte della famiglia delle Filipino Martial Arts nelle quali movimenti armati e non prendono le basi da principi unici. Nome originario Panantukan, anche se talvolta possono sussistere denominazioni differenti. Tutta da vedere per chi non la conosce... e vedendo il video di Nick Diaz qualche post prima, secondo me, possiamo vedere non poche affinità meccaniche, ovviamente, soprattutto nella sua parte slegata dalla difesa personale o dai drills o dalle armi e, quindi, nella parte puramente pugilistica...ma è una mia opinione. Per il resto non rimane che guardare la Boxe "sporca" filippina e le sue tecniche di allenamento tradizionali.
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giovedì 27 ottobre 2011
martedì 11 ottobre 2011
Se incontrassi qualcuno che mi chiedesse...
Se incontrassi qualcuno che mi chiedesse come imparare a combattere sulle prime rimarrei spiazzato. Io non combatto, in fondo, io ci provo solamente. Non saprei che dire, perché non vorrei fare la figura del presuntuoso e finirei per chiudermi in tanti triti e tristi luoghi comuni. Ma se fosse una persona alla quale tengo davvero, con la quale ho la confidenza giusta e un rapporto di amicizia e stima probabilmente tirerei fuori il distillatto della mia piccola esperienza. Gli direi se vuoi davvero provare a combattere, se veramente il confronto dei corpi umani è il tuo fine e contemporaneamente un mezzo per superare e cercare te stesso, cerca le basi dello striking, suggerirei. Sono cinque o forse sei i colpi fondamentali, il resto li potrai arguire facilmente. Allenali da subito in un contesto non collaborativo e sperimenta tutto quello che ti viene in mente. Non ha importanza che ti pesti ma devi provare contro chi non vuole regalarti nulla. Non devi mai prendere botte ma sempre colpi. Prendi botte se fai le cose senza testa, colpi se quello che fai ha una propedeuticità tecnica. Fa' sempre allenamenti funzionali, e fa' sì che quest'ultima parola abbia un significato preciso: allenamento con una funzione direttamente legata al combattimento. Fai sacco per scoprire cosa senti sulle ossa quando colpisci qualcosa a pieno, utilizza i colpitori per complicare le combinazioni e migliorare l'intelligenza motoria. A poco a poco passa ad uno sparring sempre più pesante ma rispetta sempre i tuoi limiti e quelli di chi ti sta di fronte. Se davvero vuoi provare a combattere devi anche saper lottare perché il combattimento umano è fatto anche, e forse soprattutto, di lotta. Quello che un tempo veniva detto "corpo a corpo" è tutto, è fondamentale. Impara le poche proiezioni di base e come ci si muove a terra. Di qui muoviti come per il colpi... semplicemente prova realtà di conflitto, non collaborative. Vedrai che nel giro di poco tempo tutto si mischierà bene, perché chi dice che per padroneggiare una singola disciplina marziale non basta una vita ha tre possibilità. O è un commerciante disonesto o sta in realtà parlando di archeologia marziale, riti, forme, stile, storia e quindi non di combattimento reale in prima istanza o semplicemente non ha mai avuto l'ebrezza di essere picchiato o finalizzato da un neofita o da una cintura bianca quindi non sa di che si parla. Ah, le cinture. Evitale come la peste, ti si stringono intorno alla vita e non si tolgono più e ti rendono schiavo di un simbolo. Tu vuoi combattere non vuoi essere graduato, confrontato, omologato, semplificato, raggruppato, gerarchizzato, controllato, giudicato, categorizzato e sintetizzato in un colore. Nessuno è uguale ad altri. Le cinture sono un inganno. Se hai la disgrazia di farti piacere discipline dove si usano cerca sempre le cinture dove ci sono il maggior numero di praticanti: bianche e nere. Il resto non hanno senso. Neofiti e non. Pretendi la bianca come la nera. Sono simboli, chi gli dà peso ha tempo da perdere e filosofia da fare, tu devi solamente provare a combattere. Confrontati con i più esperti, se per caso hanno una cintura non la guardare nemmeno, confrontati con chi ha combattuto davvero. Non scordare che, come l'esperto, il neofita ti dà lezioni di vero senza prezzo. Lezioni di istinto umano. Combatti in tutti i regolamenti che ti capitano e ricordati che se veramente vuoi provare a combattere non esistono "discipline" o "arti" ma solo regolamenti. Se non miri ad essere membro di un club, di una setta, di un modo di vivere ma vuoi combattere devi capire che tutti i modi di confronto codificato non sono altro che regolamenti che di per sé non hanno niente di artistico o nobile, e ognuno non ha stile o estetica. Conta solo il risultato, conta solo quanti colpi porti a segno e con quali effetti e quanti non ne prendi. Nel giro di poco, vedrai, morderai le chiappe a vecchi maestri ciccioni quando lotti e suonerai come un bongo quelli che ti correggevano gli angoli, le geometrie, i piedini e via dicendo quando farai sparring coi colpi. Se davvero ti interessa combattere, se, ti ripeto, hai avuto la disgrazia di farti piacere una disciplina che usi le cinture, gradi, fasce, bracciali, anelli o altro, un giorno te li devi togliere. Devi chiedere solamente "mi chiamo Tizio, facciamo sparring?". Colpisci e lotta, tutto qui, ci vuole poco. Se provi una volta sola a farlo sei avanti anni luce a chi per anni ha fatto finta di farlo chiamando pugni per poi fare la coreografia della difesa. Se provi a farlo una volta sei una persona non comune perché non è da tutti. Se provi a farlo anche una sola semplice volta potrai vedere chiaramente quali emozioni portarti a casa e quali lasciare sul tatami, ring, parquet. Se ti interessa provare a combattere, combatti e basta e non preoccuparti minimamente di nominare i tuoi movimenti o di dare un nome a quello che stai facendo. Prova e "comunque vada sarà un successo"., e
mercoledì 5 ottobre 2011
Competere e combattere
Scartabellando per la mia ampia biblioteca marziale mi sono imbattuto in un vecchio numero di Budo, rivista marziale, ove c'era una graziosa intervista a Royler Gracie. Il discendente della famiglia che ha causato la (ri)nascita del Jiu Jitsu ha espresso in merito al Jiu Jitsu sportivo delle idee che trovo molto interessanti e degne di considerazione, soprattutto se fatte da un Gracie che peraltro, da quello che possono sapere le mie fonti, non si è mai espresso negativamente sulle gare:
" [...] il buon lottatore deve saper gareggiare e non pensare a finalizzare solamente; deve saper guadagnare punti e vantaggi, e poi finalizzare. Deve tener presente il tempo della lotta. Deve sapere giocare con i suoi sostenitori, con la mentalità dell'arbitro, fare in modo che il pubblico si metta dalla sua parte e contro l'arbitro (o che l'arbitro si metta dalla sua parte, ndr). [...] Un buon lottatore deve conoscere bene il regolamento della lotta. Se non riesce a finalizzare deve guadagnare punti, se non riesce a farlo deve guadagnare vantaggi, e se non riesce a guadagnare vantaggi deve suggestionare i presenti."
Devo dire la verità queste cose, in fondo, le ho sempre sapute, fin da quando si faceva a gara a creare un kiai che si intrappolasse perfettamente con la tecnica, sebbene del tutto priva di efficacia reale, negli allenamenti a punti per le gare di Karate. Tutto per i puntarelli che il Sensei dava a noi bambini. Il "colpo di teatro" voleva la sua, già in quella acerba circostanza. Cosa nota quindi, a tutti alla fine. Eppure nessuno così chiaramente aveva espresso quante qualità decisamente non marziali fossero necessarie per fare gare marziali. Ed è ancora più stupefacente se pensiamo che chi fa queste affermazioni è un atleta professionista che ha fatto anche delle gare di Jiu Jitsu il suo lavoro e la sua vita. L'onestà intellettuale prima di tutto sembra dire Royler. "Diciamoci la verità" sembra suggerire ai lettori. Probabilmente la profonda sicurezza in sé stesso gli fa dire come stanno le cose, perché uscito da ben più epiche battaglie delle gare a punti di Jiu Jitsu, può tranquillamente dire quindi quello che onestamente pensa. E' un Gracie e i Gracie notoriamente sono senza filtri.
Competere non è combattere e un buon atleta da competizione può non essere un buon combattente. Parola di combattente e atleta.
Per gareggiare davvero, e non per farsi la gita fuori porta, per arrivare a buoni livelli, bisogna davvero conoscere bene le regole, scritte e non scritte. Bisogna sapere quando slacciarsi e riallacciarsi la cintura per prendere fiato, quando mimare un infortunio inesistente, quando tirare di strappo una Kimura "anche se non si potrebbe fare ma lo fanno tutti così batte per paura", fare la faccetta sicura o sofferente al momento giusto, massimizzare gli insulti dei compagni all'avversario attraverso l'evocazione di un duello di ben più alte cause che non i punti e i vantaggi. Bisogna sapere che per il pubblico l'arbitro è sempre cornuto e che l'arbitro teme il pubblico e il ludibrio più di voi che state competendo. Se l'arbitro sbaglia bisogna saperla far pesare per poi buttarla in caciara e magari fare annullare un fischio di fine match dove avevamo palesemente battuto resa. Quindi è d'uopo faccia tosta e una certa teatralità. Bisogna conoscere i sei, o sette o dieci minuti della competizione e averli nel sangue come un cronometro, per andare in stallo o accelerare nei momenti opportuni. Bisogna portarsi all'angolo fini retori che sappiano come essere minacciosi verso l'arbitro e l'avversario senza scadere nell'ovvietà del turpiloquio. E' importate sapere, per chi compete, come stabilizzare le posizioni per farsi assegnare i punti o come trasformare un improbabile tentativo di finalizzazione in un vantaggio che poi magari ci farà portare la medaglia a casa insieme a l'Io tronfio.
E' evidente che bisogna sapere molte cose che non sono marziali, ma che fanno parte di tutte quelle furbizie che fanno di un uomo comune, un uomo vincente... ma non per questo un marzialista.
" [...] il buon lottatore deve saper gareggiare e non pensare a finalizzare solamente; deve saper guadagnare punti e vantaggi, e poi finalizzare. Deve tener presente il tempo della lotta. Deve sapere giocare con i suoi sostenitori, con la mentalità dell'arbitro, fare in modo che il pubblico si metta dalla sua parte e contro l'arbitro (o che l'arbitro si metta dalla sua parte, ndr). [...] Un buon lottatore deve conoscere bene il regolamento della lotta. Se non riesce a finalizzare deve guadagnare punti, se non riesce a farlo deve guadagnare vantaggi, e se non riesce a guadagnare vantaggi deve suggestionare i presenti."
Devo dire la verità queste cose, in fondo, le ho sempre sapute, fin da quando si faceva a gara a creare un kiai che si intrappolasse perfettamente con la tecnica, sebbene del tutto priva di efficacia reale, negli allenamenti a punti per le gare di Karate. Tutto per i puntarelli che il Sensei dava a noi bambini. Il "colpo di teatro" voleva la sua, già in quella acerba circostanza. Cosa nota quindi, a tutti alla fine. Eppure nessuno così chiaramente aveva espresso quante qualità decisamente non marziali fossero necessarie per fare gare marziali. Ed è ancora più stupefacente se pensiamo che chi fa queste affermazioni è un atleta professionista che ha fatto anche delle gare di Jiu Jitsu il suo lavoro e la sua vita. L'onestà intellettuale prima di tutto sembra dire Royler. "Diciamoci la verità" sembra suggerire ai lettori. Probabilmente la profonda sicurezza in sé stesso gli fa dire come stanno le cose, perché uscito da ben più epiche battaglie delle gare a punti di Jiu Jitsu, può tranquillamente dire quindi quello che onestamente pensa. E' un Gracie e i Gracie notoriamente sono senza filtri.
Competere non è combattere e un buon atleta da competizione può non essere un buon combattente. Parola di combattente e atleta.
Per gareggiare davvero, e non per farsi la gita fuori porta, per arrivare a buoni livelli, bisogna davvero conoscere bene le regole, scritte e non scritte. Bisogna sapere quando slacciarsi e riallacciarsi la cintura per prendere fiato, quando mimare un infortunio inesistente, quando tirare di strappo una Kimura "anche se non si potrebbe fare ma lo fanno tutti così batte per paura", fare la faccetta sicura o sofferente al momento giusto, massimizzare gli insulti dei compagni all'avversario attraverso l'evocazione di un duello di ben più alte cause che non i punti e i vantaggi. Bisogna sapere che per il pubblico l'arbitro è sempre cornuto e che l'arbitro teme il pubblico e il ludibrio più di voi che state competendo. Se l'arbitro sbaglia bisogna saperla far pesare per poi buttarla in caciara e magari fare annullare un fischio di fine match dove avevamo palesemente battuto resa. Quindi è d'uopo faccia tosta e una certa teatralità. Bisogna conoscere i sei, o sette o dieci minuti della competizione e averli nel sangue come un cronometro, per andare in stallo o accelerare nei momenti opportuni. Bisogna portarsi all'angolo fini retori che sappiano come essere minacciosi verso l'arbitro e l'avversario senza scadere nell'ovvietà del turpiloquio. E' importate sapere, per chi compete, come stabilizzare le posizioni per farsi assegnare i punti o come trasformare un improbabile tentativo di finalizzazione in un vantaggio che poi magari ci farà portare la medaglia a casa insieme a l'Io tronfio.
E' evidente che bisogna sapere molte cose che non sono marziali, ma che fanno parte di tutte quelle furbizie che fanno di un uomo comune, un uomo vincente... ma non per questo un marzialista.