lunedì 31 gennaio 2011

Ci porterà alla Nera...

Nel Jiu Jitsu brasiliano, il sistema delle cinture è sensibilmente differente rispetto a quello euro-giapponese. La nera non è vista come l'inizio di un cammino (do) o dell'arte (jitsu) vero e proprio come per gli orientali ma l'inizio della maestria, la fine di un importante parte del cammino e il possedimento dell'arte. Questo punto di vista storico ovviamente prescinde dai significati personali attribuiti al proprio iter o a quello altrui.
Per questo solitamente nel Jiu Jitsu brasiliano si vedono cinture blu , viola o marroni che sono possenti lottatori, abili tecnici, raffinati cultori dell'arte, grandi studiosi o grandi applicatori. In un'arte marziale orientale sarebbero probabilmente già nera ma, come abbiamo detto, il significato è diverso. Ulteriore confusione nel jiu jitsu brasiliano la dà la non chiara partizione dei praticanti. I praticanti di sport Jiu Jitsu arrivano solitamente alla nera con molto anticipo mentre i praticanti con un approccio più tradizionale, non agonista e più “intimista” vengono penalizzati molto in termini di tempo, anche in mancanza di una chiara didattica per costoro, i quali, spesso, appresi i rudimenti non dovranno fare altro che attendere tempo pazientemente per raggiungere i loro colleghi del Point-Jiu Jitsu. Purtroppo questo è un punto cruciale della nostrana situazione del Jiu Jitsu brasiliano. Chi porterà il praticante alla maestria che un giorno verrà testimoniata dalla nera? Con quale programma? Con quante tecniche non sportive? Con quante tecniche in piedi di cui quante proiezioni e quante leve? Quante volte la futura nera avrà iniziato il randori in piedi? Quante volte si sarà allenato contro chi colpisce anche, quindi con lo spirito autentico del Jiu Jitsu?
Le domande stando agli approcci didattici più diffusi, ovviamente di responsabilità di chi la maestria già la possiede, hanno quasi sempre risposte imbarazzanti. Ma la colpa ovviamente non è imputabile ai praticanti quanto ai loro superiori cromatici.
I praticanti del Jiu Jitsu sportivo oltre che un vantaggio temporale, hanno anche il vantaggio di aver degli obiettivi chiari per l'avanzare di grado nell'arte gentile mentre gli altri, come le domande sviscerano, no. Nella arti marziali orientali, specialmente nipponiche, questa situazione è stata da tempo regolamentata e codificata in diversi modi, che variano da disciplina a disciplina. L'agonista normalmente è visto come una persona che ha l'acceleratore un po' più schiacciato degli altri (è normale, si allena di più generalmente) ma la differenza con il praticante che non sceglie le competizioni è meno marcata, sia come orizzonte di tempo sia come competenze pratiche.
Nata con la cintura nera
Di questa situazione altre e più amare domande ci accompagneranno mentre annoderemo la cintura. Chi è realmente in grado di formare una nera? Perché ci sembra a volte che lo siano persone che la nera non ce l'hanno? Cosa deve realmente sapere una nera? Si può essere nera e un pessimo didatta? Si può essere nera ma incapace di formare altre nere? Cosa dobbiamo pretendere dal nostro traghettatore? Saprà darci etica (marziale!), tradizione, tecniche variegate? Saprà istruirci per la parte in piedi? Chi ci porta alla nera viene dal Jiu Jitsu sportivo? Se sì cosa ci dobbiamo aspettare (in più e in meno)? Chi ci porta alla nera ci fa avanzare tecnicamente? Nera significa saper insegnare? Insegnare significa essere nera?... queste altre domande obnubilano parzialmente il sole della diffusione del Jiu Jitsu brasiliano.
PS
non vi preoccupate... sono preoccupato anche io.

giovedì 27 gennaio 2011

Il marziale e il ludico

Salti, saltelli e capriole li avvicinano. La vacuità del mondo di narcisi spesso li identificano. Il gesto marziale temprante per il fisico, scolpisce, gonfia e definisce i confini del corpo e dei suoi distretti. Il gesto marziale può essere gesto ludico, giocoso, di spensieratezza. Salti, saltelli, capriole, zuffe e visi rossi come bambini. Identità di gesti e differenza di fine. Il fine è irrimediabilmente ludico per tutti coloro che, dopo aver battuto per segnalare la resa, battono a terra le mani stavolta d'ira e frustrazione. Hanno giocato e hanno perso. E' irrimediabilmente ludico il modificarsi del corpo, alla ricerca dello specchio e dello sguardo d'ammirazione. Giocano alla guerra coloro che hanno riso di un grido di dolore di un avversario.
Giocando giocondi e giulivi, si mascherano, interpretano il ruolo e parte il gioco: salti saltelli e capriole.
La marzialità si nutre di silenzio, "bocca piccola, cuore grande" diceva Mas Oyama.
Cosa rimane dell'arte marziale in una contestazione arbitrale?
Cosa rimane della marzialità in una camminata buffa, contraffatta, per sembrare torvi?
Cosa c'è di marziale nell'irridere altri marzialisti?
Il gesto marziale è unico e irripetibile, si compie nel momento e non si replica. La marzialità è la compassione del Piero di De André:
e mentre marciavi con l'anima in spalle
vedesti un uomo in fondo alla valle
che aveva il tuo stesso identico umore
ma la divisa di un altro colore
Compassione, sentire, sudato e obnubilato dalla tachicardia, che l'umore, il fine dell'altro è il nostro stesso e che ciò che lo differenzia da noi è che ora è il nostro avversario, ma è una delle tante casualità dell'esistere. Può essere chiunque.
Marziale è la compassione del vincitore per il vinto, se è un marzialista, è lì col tuo stesso fine, non è contro di te, non è contro nessuno, te lo sei trovato davanti per caso, perché combatti la stessa guerra sua.
Chi gioca alla guerra non avrà capito e riderà, col ghigno sbilenco, dell'accostamento delle parole e dei salti, saltelli e capriole.
Chi è nella guerra aspetterà solo di ripetere il balzo feroce, l'esplosività della mantide e una presa al collo disperata.

lunedì 24 gennaio 2011

Ground & Pound Training 2

 Questa volta oltre a provare a combattere abbiamo provato a filmare meglio. L'idea di Valerio, abile movie maker, mi ha entusiasmato da subito: mettere due telecamere e poi montare il tutto, scegliendo la ripresa migliore. Il risultato, opera totale sua, è un video gradevole addirittura a livello strettamente di montaggio video. 
Come sempre onore al mio partner che non si è rispariamto e che mi rifila un bel destro sullo zigomo, verso fine video.

Prova a combattere!

Come puoi vedere questo sito raccoglie esperienze e documenti di combattimento. Se ti interessa partecipare non devi fare altro che inviare una mail a nimercuri@gmail.com


Perché

Se consideri tutto quello che fai nel tuo maxi centro fitness, che pretende l'annuale o il trimestrale, una perdita di tempo
Se pensi che il tuo corso non ti permetta di confrontarti realmente
Se sei rimasto traumatizzato nel vedere quanta inciviltà ci sia in molte competizioni marziali o in gara hai incontrato il solito professionista mascherato da ragazzino/praticante o volevi combattere nei light e ti hanno messo contro uno con dieci incontri a contatto pieno alle spalle o hai fatto una gara di karate e ti sei sentito che fai cose simili a quelle che fanno ad amici di maria de filippi o non vuoi prendere termogenici e disidratarti per rientrare nella categoria ottimale
Se il tuo maestro di karate vuole per forza il kiai quando colpisci e ti pare una cazzata
Se ti rendi conto che i pugni che dai sono finti come la marmitta dell'auto del tuo amico burino.
Se il tuo sifu, maestro, grand master, soke, sijo ti abbuffa di botte ma in realtà è un signore di mezza età che le prenderebbe pure da un ragazzino e ti picchia sfruttando il suo ruolo
Se ti sei rotto il cazzo di pagare per fare esperienze finte

Se ti sei riconosciuto in anche uno di questi "se"... contattami


Chi non è gradito
  • violenti, esaltati, coatti, ipercompetitivi, fanatici, idioti.
  • Maestri o chiunque percepisca dalle arti marziali guadagno*. 
  • chiunque abbia un atteggiamento di sfida, di superiorità, di competizione
Linee Guida

Chi desidera contattarmi può farlo alla mail nimercuri@gmail.com specificando il proprio curriculum marziale e ovviamente le proprie generalità.

Non sono graditi curiosi, se mi contatti e ti vieni ad allenare devi partire dal presupposto che vuoi farlo non una sola volta ma ovviamente non ti è vietato di farlo una sola volta.

Sebbene il fine del sito sia di raccogliere esperienze anche filmate, non è obbligatorio essere filmati. Quando si è filmati particolarmente non esistono vinti o vincitori, non esistono mai. Se mi contatti puoi fare le tue richieste e io posso non accettarle. Ad esempio se mi contatti per fare solamente boxe, potrei già farlo a sufficienza con altre persone. Non è detto che mi serva, pertanto veniamoci incontro se desideri partecipare.

Se hai problemi con me, con te stesso o con altre persone non venirli a risolvere in questa sede.

Anche persone che non hanno esperienze marziali di alcun tipo sono gradite. Verranno eventualmente brevemente istruite sul come comportarsi e svilupperanno la loro marzialità gratuitamente e combattendo.


Combattere in cosa?

Dirty boxing  (solo braccia)
Full Contact Rules  (pugni e calci, no low kick)
Kick Boxing Rules (calci e pugni)
Full Stand Up Rules (calci, pugni, ginocchiate, clinch, body clinch/hook, no proiezioni)
Full Stand Up Rules & Throws (calci, pugni, ginocchiate, clinch, body clinch/hook, proiezioni consentite)
Shuai Jiao Rules (solamente proiezioni senza seguito a terra)
Ne Waza Rules (Lotta a terra, bjj)
Ground & Pound Rules (lotta a terra più colpi)
MMA Rules (tutto consentito, con eccezioni da stabilire verbalmente)

Abbiamo a disposizione moltissime protezioni e ogni disciplina può essere affrontata dalla massima protezione (casco integrale, corpetto, paratibie ecc) al solo paradenti.
In qualsiasi ambito si possono usare guanti di ogni tipo e di ogni protettività.
L'elenco di sopra non è un elenco di arti marziali, ma bozze di regolamenti sui quali combattere. Non c'è stile, non c'è interesse stilistico, c'è solo il regolamento.
Ogni modalità di combattimento può essere contrattata, rivista, modificata.
A tutto questo devi aggiungere che ci si può accordare per un contatto ultra leggero, leggero, semi pieno o pieno (presto la definizione di questi termini)...


*non sono accettate, a meno che non abbiano aderito a questo progetto sin dalla prima ora, a meno che da me personalmente invitate, persone che hanno un qualsivoglia guadagno dalle arti marziali. Maestri, Sifu & Sensei non hanno bisogno di questo umile palcoscenico per la loro pubblicità.

domenica 23 gennaio 2011

Boxing Training 2



Provare a combattere è un vizio. Andrea dopo aver provato la volta precedente ha voluto replicare l'esperienza. Io gli ho chiesto di prendermi a pieno e gli ho fatto mettere tutte le protezioni possibili. I freni del mio sparring partner non si sono tolti del tutto ma comunque ha rischiato di più della prima volta e soprattutto a freddo riesce a capire i suoi errori. Non so per quale misterioso motivo il player di blogger  peggiora sensibilmente la qualità dei video, presto rimedieremo. Infine mi dedico al genere femminile che vuol provare a combattere. La prova è ardua, vengo colpito con veemenza e la mia sparring partner combatte senza risparmiarsi. Esperienze passate: Wing Chun Kung Fu e Boxe.

sabato 22 gennaio 2011

Allenamento a cedimento


Per chi come me ama il body building il termine è noto. Cedimento significa continuare la serie fino all'impossibilità di esecuzione concentrica dell'esercizio. Poi esiste il cedimento isomentrico, e il cedimento eccentrico o negativo, termini noti a chi si muove tra la ghisa. Ho voluto provare questa metodologia al sacco, tirando pugni fino al cedimento totale. Ovviamente per farlo in un tempo ragionevole sono dovuto partire molto intensamente. Alla fine rivedermi negli ultimi secondi del video a cedimento mi ha davvero impressionato...
I deltoidi non rispondevano più, il cuore ai massimi regimi, alla fine un allenamento molto appagante.

giovedì 20 gennaio 2011

Gracie Jiu Jitsu VS Brazilian Jiu Jitsu

Chi ha il pane non ha i denti, è sempre così. Ci sono milioni e milioni di fan di Bruce Lee che darebbero un occhio della testa per sapere le volontà di Lee circa la sua arte maziale, il Jeet Kune Do. Nello stesso modo i praticanti di Kung Fu si azzannano su leggende, alberi genealogici, su "come era la forma originale", perché tutti i praticanti comprendono quanto sia importante rispettare le volontà di quei saggi uomini fondatori dello stile praticato. Nel Karate chi faceva Shotokan diceva di fare Karate Tradizionale, il primo Karte e via dicendo. Poi vennero i discendenti del Karate di Okinawa e anche loro dissero di fare l'antico, originale Karate.
Oggi, nell' A.D. 2011, conosciamo un'arte marziale il cui fondatore è morto nel 2009. I suoi figli e i suoi nipoti praticano ancora la sua arte marziale. Uno stile di Jiu Jitsu che il fondatore apprese da un giapponese e poi perfezionò. Questa è la situazione odierna del Jiu Jitsu della famiglia Gracie. Conosciamo con esattezza la nascita dello stile nella prima metà del '900, conosciamo l'evoluzione e il successo nella secondà metà del secolo scorso e i vari trionfi nelle sfide, nei tornei multistile e via dicendo. I fondatori di quest'arte marziale, o meglio di questo stile, ad eccezione del patriarca, sono vivi e vegeti. E hanno lasciato un pensiero preciso, almeno alcuni di loro, certamente i più rappresentativi.
Il Gracie più famoso, a causa della sua esposizione negli U.S.A., è senza dubbio Royce. I video di Royce Gracie sono un must per gli appassionati di Jiu Jitsu e delle MMA. Questa è l'opinione di Royce sul Jiu Jitsu brasiliano (ovvero, in questo caso, NON Gracie) e sulle gare di Jiu Jitsu.
Il Jiu Jitsu di mio padre non è stato creato per i tornei. E 'stato per autodifesa e per scontri di strada, in modo che ci si possa difendere da soli per strada.

Ciò che ha rovinato più arti marziali sono stati i tornei se ti fermi e guardi. Che cosa stanno insegnando oggi? Come non dare un pugno. Come non calciare. Si toccano, e segnano punti, e vincono. Non è così che doveva essere. Non è così che Tae Kwon Do è stato fatto. E 'stato fatto per dare pugni attraverso il tuo petto. Karate Judo ... Judo ... Il vecchio Judo è stato fatto per buttare la testa giù come prima cosa. Se lo fai oggi sei squalificato. Ora, si devono proiettare in un certo modo. La cosa che ha rovinato più arti marziali sono i tornei; i punti. Insegnare a un ragazzo a fare punti? Non ci sono punti per strada. [...] Mio padre è stato sempre contro la competizione del torneo.[...] il Jiu-Jitsu non è un gioco punti. Si tratta di una autodifesa. Come la maggior parte delle arti marziali sono una legittima difesa ... "ARTI MARZIALI", non un'arte a punti. testo originale della fonte 
Helio Gracie, era notoriamente contro il concetto moderno di competizione. Era anche contro le categorie di peso e i limiti di tempo. Non vedeva di buon occhio le competizioni e decise di non presenziare a eventi chestavano snaturando il Jiu Jitsu.
fonte

Il sito della Gracie Academy si esprime così sul Jiu Jitsu Brasiliano e sul Gracie Jiu Jitsu

Mentre quasi tutte le scuole di jiu-jitsu brasiliano hanno ceduto alle lusinghe della gloria del torneo, la Gracie Jiu-Jitsu Academy è rimasta fedele alla pratica di tecniche che avrebbero funzionato in un vero combattimento. La Gracie Jiu-Jitsu Academy ha come obiettivo la formazione vera, e rimane oggi, per permettere ai praticanti di sconfiggere un attacco a tutto campo portato da un avversario più grande e più atletico. In confronto, l'obiettivo dello sport jiu-jitsu è quello di vincere contro un avversario di dimensioni simili in un match strettamente monitorati e controllati. La differenza fondamentale filosofica tra auto-difesa di strada e la preparazione al torneo influisce su tutti gli aspetti della formazione del jiu-jitsu e della mentalità.
[...]
 il curriculum completo Gracie Jiu-Jitsu contiene anche molte tecniche che sono state sviluppate esclusivamente per gli scenari di lotta di strada, senza applicabilità in competizione. Il problema è che la maggior parte delle scuole Brazilian Jiu-jitsu hanno totalmente eliminato le tecniche unicamente da strada dai loro programmi in modo da consentire una formazione migliore per le tecniche che porteranno alla vittoria con il sistema a punti, le regole e classi di peso dello sport jiu-jitsu. Questa differenza tecnica tra il curriculum Gracie Academy e altri programmi di Brazilian Jiu-jitsu riflette la differenza filosofica tra auto-difesa da strada e la competizione sportiva [...]
 Recentemente una mail dell'accademia ha avvisato e specificato che il Jiu Jitsu Brasiliano non è il Gracie Jiu Jitsu e che ci sono enormi differenze.

Torniamo all'inizio, ci sono molti praticanti  di molte arti marziali che darebbero tutti i loro averi per sapere quale sarebbe stato il pensiero odierno dei o del maestro dello stile in questione. Qui, invece, abbiamo  dettami piuttosto decisi e chiari, eppure sempre disattesi. Il che non è un problema, poiché un praticante può tranquillamente affermare di fare Brazilian Jiu Jitsu, di derivazione comunque del Gracie Jiu Jitsu, e può avere altri maestri, altri idoli che non sono i Gracie. Ad oggi sono molti i campioni di Jiu Jitsu Brasiliano idolatrati, seguiti e con un proprio approccio alla disciplina.
Il brutto è quando all'occasione si tira fuori il nome Gracie, quando fa comodo, quando si irridono altri praticanti grazie alle sfide di quelle persone che oggi non approverebbero l'attività di chi li sta citando.
A onor di vero va detto che alcuni Gracie prendono regolarmente parte a competizioni. Ma altrettanto sinceramente va detto che non hanno peso e storia confrontabili con quelli citati.
A mio umile parere, la questione non è da poco. Orde di persone stanno facendo una disciplina in modalità e finalità dichiaratamente sgradite ai patriarchi di questa discipline, me compreso nell'orda. A questo punto o ci si dichiara estranei al Jiu Jitsu dei Gracie oppure si accetta la loro disciplina, che a detta loro, contempla tecniche e strategie incompatibili con un torneo.
E la questione in fondo è anche sempre e costantemente dibattuta: sport vs arte marziale.

lunedì 17 gennaio 2011

Boxing Training

Qualche tempo fa Andrea ha subito un'aggressione. Quartiere San Lorenzo, aggressore drogato evidentemente. Prese per il collo un suo amico, senza nessun motivo (chi abita a Roma sa che non c'è bisogno di spiegare questa stranezza), e Andrea lo spinse, istintivamente, via. L'aggressore gli si scagliò addosso e nacque una colluttazione. Tra l'aggressore drogato e l'impreparazione dell'aggredito all'evento, i due non riuscirono a farsi nemmeno graffi. Andrea me lo raccontò con dovizia di particolari. Si scambiavano sberloni, che non lasciavano danni e che raramente andavano a segno. Andrea è uno dei tanti che mi ha raccontato di aver frequentato un corso di Kick Boxing in un mega, maxi, iper centro fitness. Come sempre in questi casi lo abbuffavano di ginnastica e non fece mai guanti. Mi ha chiesto di provare a superare le sue paure, di provare a combattere. Io, che di paure ovviamente ne ho a mia volta, ho accettato volentieri perché mi piace sempre provare. Limito la frequenza degli attacchi più che la forza e cerco di invogliare il mio compagno ad andare oltre le sue riserve naturali, forse senza riuscire a disinibirlo del tutto. Purtroppo il video è stato ampiamente tagliato, peraltro alla buona, per problemi di dimensioni, il server non lo caricava. Onore comunque a chi si è messo un caschetto e ha provato a combattere.

domenica 16 gennaio 2011

Iscriversi in palestra per provare a combattere?

Per diversi motivi che avrò modi di spiegare dettagliatamente magari un'altra volta, ho sempre ritenuto le lezioni private superiori a quelle collettive in palestra. Altra cosa è l'indubbia validità dello stage per piccolo gruppo, ma questo va da sé. Normalmente anche gli stage per tantissime persone mi sembrano ottimi per le foto con il personaggio che presiede lo stage, magari titolato e prestigioso, ma poco formativi didatticamente. Abominevoli sono invece nella maggior parte dei casi i corsi in palestra, corsi di arti marziali s'intende.
Andavo in una palestra per fare pesi, altra mia passione, e normalmente nei giorni in cui ci andavo vedevo, di fianco, lezioni di Thai Boxe. Interessato come sempre, a tutto l'universo marziale, mi fermavo a guardarli. Tanta ginnastica (non diciamo preparazione atletica, poi vedremo perché), tanto stretching e poi... tanta ginnastica, tanto stretching. Stop. Guanti da dieci once usati come colpitori o pao e tecniche a vuoto che altro non sono che un esercizio ginnico. La preparazione fisica non era rintracciabile in quanto i fruitori del corso non dovevano prepararsi assolutamente a niente. Non combattevano, non si confrontavano, non gareggiavano. Ginnastica, come termine, va più che bene per costoro.
Un mio amico dopo aver frequentato una palestra di boxe molto valida di Roma Nord, cambiando di casa, decise di provarne una, dal nome epico e selvaggio, verso il centro di Roma. Notò dopo poco che nel corso non facevano i guanti, zero sparring. Al suo chiedere del perché di questa scelta, singolare, direi, per uno sport da combattimento, le risposte furono incerte sul prima per poi fermarsi sul “chi vuole rimane dopo la lezione semmai”... Mi raccontò di aver sentito gli iscritti a questo corso parlare negli spogliatoi di quanto sarebbero stati pericolosi loro, boxeur, contro un povero malcapitato di strada. Pensavano e dicevano di essere delle belve. Peccato che il sacco non ha braccia e non picchia, di norma è piuttosto pacifico, e le combinazioni sono solamente kata, forme, taolu se non le metti alla prova. Il mio amico, dopo essersi fatto abbuffare di ginnastica per qualche mesata fuggì e preferì farsi un lungo viaggio per tornare alla sua vecchia palestra.
Un po' di tempo fa andai a provare un corso di Karate Wado Ryu di un noto maestro. Come al solito tanta ginnastica, tanti combattimenti prestabiliti, drills, chiamateli come volete, tante forme, tanti Kihon e anche stavolta... nessun combattimento. Ottimi atleti devo dire, qualcuno faceva la spaccata. Nella ginnastica artistica avrebbe potuto dire la sua.
Avrò avuto sedici anni quando per uno strano scherzo del destino capitai in una palestra dove tra G.A.G, posturale, yoga e via dicendo facevano anche boxe. Un mio amico mi disse di iscriversi insieme. Ci iscrivemmo e non venne mai. L'istruttore, come unica qualifica nota, un parà della folgore. Era un esaltato, voce marziale, uomo vero, uomo duro. Così duro che ci spiegava come tirare diretti qualora qualcuno ci venisse di lato, dopo un incidente d'auto, a chiedere spiegazioni. Cosa fare? Diretto destro girato sul lato sinistro. Nello spiegarci questo accompagnava il colpo con un grottesco boooooooooohhhh... diceva vedi lui viene no, ebooooooohhhhh. Ci obbligò a provare questo diretto fuori dalla grazia di qualunque logica della nobile arte in un corso, appunto, di boxe. Provammo e riprovammo. Non vedevo l'ora di fare boooooooooooohhhhh anche io. Poi, più grande, seppi del Codice Penale e che non si può fare booooohh solo perché qualcuno ci è venuto di lato dopo un incidente di auto. Il CID è più comodo e fa meno rumore. Una volta mi fece fare i guanti con un ragazzino di tredici anni. Solo jab disse il parà. Ero più alto, più grande di età, sedici anni, e colpivo in continuazione il ragazzino sul viso. Per quanto mi sforzassi di fare piano qualcosa iniziava a non andare bene sul suo naso, che scricchiolava come una sedia di midollino. Crescendo capii che è assolutamente più facile farsi male con regole limitate tipo “prendiamoci a pugni a martello solo di destro” che con regole più permissive. Un militare istruttore di boxe, qualche body builder a lezione, qualche malcapitato ragazzino come me, un paio di tristoni da palestra. Un corso di recuperò sociale alla fine.
A meno che il corso non sia fatto da un'insegnante noto, in una struttura nota, diffidate sempre dei corsi di qualsiasi tipo di disciplina attinente ai calci, ai pugni e alla lotta nelle palestre generaliste. Ma, come racconta la storia del mio amico pugile, anche dietro nomi gloriosi e palestre celebri si nascondo corsi di ginnastica. Se volete fare ginnastica fatela. Lo so è un termine un po' fuori moda, ginnastica. Però fidatevi fa bene. Lo dicono tutti, lo direbbe anche quello della Folgore “battaglione pugilato”. Fatela ma non mettetevi guantini, fascette, cappucci sulla testa o abiti orientali per fare qualcosa che si fa comodamente in tuta. Se non fanno altro che abbuffarvi di ginnastica, non dite di fate Kick Boxing, magari qualcuno ci crede e si mette paura, ma quando poi dite che il turno dopo c'è “aerobica e chiappe da brivido” passate per dei poveri coglioni. Sapere qualche tecnica può essere gratificante di certo. E' un requisito più che sufficiente per iscriversi al forum di arti marziali, lì come voi ne troverete tantissimi. Sapere qualche tecnica e saperla fare stilisticamente bene è bello davvero. Ho visto ragazzi fare sacco con un'eleganza pazzesca. Ok., è una forma, un kata, un taolu libero improvvisato. Siete degli stilisti, degli attori del vostro sport da combattimento. Ma se è davvero uno sport da combattimento qualche volta due guantini leggeri bisogna farli, altrimenti fatevi furbi e non regalate i soldi alle palestre, ma dite solamente che fate, per dire, Full Contact, tanto questo è il vostro scopo finale. Sentirvi gratificati nel mondo delle apparenze.

giovedì 13 gennaio 2011

Recensione Libri TTF: Kali - L'arte del combattimento totale filippino

Maurizio Maltese è certamente uno dei più noti divulgatori del Kali filippino. Il suo libro rende giustizia alla sua fama: ben fatto, curato e soprattutto esaustivo. L'arte marziale del Kali viene presentata con una onorevole ampiezza. Viene esaminato il combattimento armato, che è l'aspetto del Kali più noto e forse peculiare, sia con il bastone singolo sia doppio sia con armi occasionali e coltello. Vengono esposti gli esercizi ciclici tipici di questo stile e viene fatto altrettanto per le tecniche a mano nuda. Non manca il gunting, tecnica caratteristica dello stile, che mira a ledere l'arto che viene per colpirci come non mancano informazioni sul dumog, il corpo a corpo filippino. Ottima presentazione dello stile nel suo complesso. Unico neo i disegni sono posti laddove servirebbero foto, comunque ampiamente presenti nel libro, e non sono sempre chiari.

Autore: Maurizio Maltese
Titolo: Kali - L'arte del combatimento totale filippino
Casa editrice: Edizioni Mediterranee

martedì 11 gennaio 2011

Ground & Pound Training

Due allenamenti in cui io mi muovo solo di grappling e i miei partner possono anche colpire. Lottare con un avversario che può colpire è una sensazione a sé. Mi sono piaciuti molto come allenamenti, sia a me che ai miei compagni. Provare a combattere è sempre divertente e appagante. Senza tensioni, ma col giusto agone abbiamo trovato un buon equilibrio. Magari la prossima volta troveremo anche mezzi di ripresa migliori che la cam del pc.
Un grande ringraziamento a Luca (nel video sopra) che dopo essersi fatto dieci riprese con me di boxe, sebbene neofita di questo tipo di confronto, ha accettatto di seguitare l'allenamento a terra. E davvero si è dato da fare. Grazie.
Un altro grande ringraziamento va a Valerio col quale mi alleno ormai da tempo e condivido la filosofia Try To Fight. Valerio passando attraverso altre discipline marziali sta spingendo il suo orizzonte fin qui, accettando di buon grado di lottare con un avversario di 30kg più pesante nonostante una sorta di sciatalgia che di tanto in tanto lo blocca. Grande.
Grazie Amici.

Nicola

lunedì 10 gennaio 2011

E' quasi ora.

Tra un po' sarà ora di provare a combattere. Ho preso le date, i contatti, è partito l'allenamento. Via chili e iniziano interminabili circuiti. Inizia la preparazione e metà febbraio non è lontano. Ho scelto come prima prova la submission wrestling, questo passava il convento. Poi ne seguirà un'altra a metà marzo, sempre di grappling.
Mi sono rimesso in contatto con il sempre gentile e disponibile Franco Scorrano e sto valutando anche un regolamento di Striking in cui competere, come provai l'anno scorso. Provare, provare, provare. Come già scrissi l'idea di perdere o vincere mi sembra sempre più distante. Per tanti motivi. Perdere è imparare, vincendo, invece, si è persa un'occasione per migliorare. Saper perdere è difficile come saper vincere. Non lasciare che le sconfitte significhino troppo. Confrontarsi è già di per sé una vittoria, e non tutti salgono su questo podio. L'importante è provare a combattere.
Io e Franco Scorrano. WFC, finale pesi Massimi Leggeri.
Fin da ora, felice del mio percorso marziale, ho voglia di ringraziare tutti quelli che mi hanno aiutato a formarmi. Sento di dover ringraziare anche coloro i quali giocano sempre al gioco del telefono, per farti arrivare frecciatine, malizie. Vengono sempre "tanati", come si suol dire, sempre gli stessi. Ma sono utili anche costoro, in fondo motivano.
E' quasi ora di confrontarsi in un contesto di gara. Anche se in alcuni momenti di particolare saggezza mi rendo conto di quanto poco questa situazione differisca dal confrontarmi sul tatami di casa mia. Il gioco è sempre lo stesso, ovunque e comunque lo si giochi.

sabato 8 gennaio 2011

Il Jiu Jitsu in Italia nel 1929

La copertina. Attacco alla gola dell'aggressore.
Con qualche incertezza ortografica viene presentato il juji gatame, arm lock.

Il retro del libro. Costo 5 Lire, anno 1929.


La tecnica Tomoe Nage esposta in un contesto urbano

Una particolare monta ed un modo per uscirvi.
Sono entrato in possesso di questo preziosissimo libro aggiudicandomelo su un'asta on-line. Il Jiu Jitsu (prima e più arcaica grafia per Ju Jitsu e Ju Jutsu) era entrato in Italia ad inizio secolo attraverso il contatto con l'estremo oriente avuto da alcuni militari, marinai, durante alcune missioni. Il libro in questione mostra prese in piedi, lotta a terra, difesa personale con colpi alla carotide e altro. La lotta a terra ed in generale il corpo a corpo è fondamentale nell'esposizione, nel libro, del Jiu Jitsu "volgarizzato". Questo termine intendeva spiegare che le tecniche esposte erano per fini di quotidiana utilità, fuori dalla ritualità dei Dojo e semplificate per la gente senza particolare addestramento.
Nella data della pubblicazione del libro Helio Gracie aveva 16 anni. Nel 1915 Jigoro Kano diede la sua definizione del Judo, stile allora noto anche come Kano Ryu Jiu Jitsu.
Come dimostrano queste pagine il Jiu Jitsu dovrebbe essere un unico corpus. Purtroppo in molti casi e per molti anni in Italia questa disciplina è stata trattata male, senza un'adeguata combattività e senza una visione sportiva, senza metodi codificati di confronto, recentemente avuti con la nascita del regolamento internazionale del Ju Jitsu Fighting System. Questa situazione insieme all' ignoranza, fanatismo, interessi commerciali e di campanile hanno fatto sì che i praticanti delle diverse tipologie di Jiu Jitsu fossero, almeno secondo alcuni, in opposizione tra di loro.
Il Jiu Jitsu appare quindi storicamente molto omogeneo, teso al moderno concetto di Grappling e fruitore delle tecniche di percussione come complemento di questo.

Violenza e arte.

Vedendo per la prima volta un incontro di uno sport da combattimento molte persone si chiedono se questo non sia uno spettacolo violento, se non sia in fondo (particolarmente per le MMA) solamente una rissa ove due tizi violenti, appunto, usano un contesto più socialmente accettabile di un pub per picchiarsi. Ora il concetto di violenza tra essere umani, apparentemente intuitivo, non è così ovvio e di semplice spiegazione, così come accade per tutte le manifestazioni che di norma coinvolgono la dimensione umane, soprattutto nel loro interagire col prossimo.
Aiutiamoci con l'enciclopedia Treccani:
violenza violènza s. f. [dal lat. violentia, der. di violentus «violento»]. – 1. Con riferimento a persona, la caratteristica, il fatto di essere violento, soprattutto come tendenza abituale a usare la forza fisica in modo brutale o irrazionale, facendo anche ricorso a mezzi di offesa, al fine di imporre la propria volontà e di costringere alla sottomissione, coartando la volontà altrui sia di azione sia di pensiero e di espressione, o anche soltanto come modo incontrollato di sfogare i proprî moti istintivi e passionali: un uomo rozzo e volgare, noto per la sua v., per la v. del suo carattere o temperamento; era incapace di dominare (o controllare, frenare) la v. della sua indole. Per estens., riferito ai sentimenti e alle loro manifestazioni, forza particolarmente intensa: reprimere la v. degli istinti, della passione; sfogare, contenere la v. dell’ira.
Alcuni termini chiave, a mio giudizio, sono facilmente deducibili. Abituale, brutale, irrazionale, volontà, sottomissione.
In uno sport da combattimento, nella sua massima espressione esterna che è il match, l'incontro, possiamo sicuramente escludere alcuni termini e alcuni concetti della gradevole definizione Treccani.
L'incontro non è abituale per definizione. E' al contrario un evento, sostanzialmente isolato, semmai frutto dell'abitudine ad una buona ginnastica, ad una buone preparazione. Irrazionale, scompare dal momento in cui conosciamo la pianificazione logica, le regole e calendarizzazione dell'incontro. Il combattimento poi non cozza neanche con l'idea imporre la propria volontà, in quanto i contendenti sono consci dello scontro reciproco e paritario. Si impone la tecnica, la volontà fa solamente una buona tecnica. Brutale. Sicuramente c'è della brutalità, soprattutto negli sport ove sussistono anche percosse, ma brutalità sembra troppo un pari di violenza, un sinonimo. Può trarre in inganno perché probabilmente per sussistere la brutalità deve anche essere presente l'irrazionalità, la volontà, la sottomissione. La brutalità da sola è forse un po' un concetto più letterario che adatto alla nostra tesi. Parlando di brutalità abbiamo incontrato il termine sottomissione. Al di là di giochini di parole, quali le considerazioni che sottomissione è un sinonimo di finalizzazione, di leva, soffocamento, di presa dolorosa riuscita, la sottomissione nel combattimento sportivo è un contratto di mutuo accordo. Ciascuno accetta questa possibilità, pertanto non può essere sottomesso propriamente, poiché nella sua volontà risiede l'accettazione della possibilità di esserlo.
Ora ad una attenta analisi il combattimento sportivo, per quanto cruento, sembra non essere propriamente violento.
La violenza proprio per la sua particolare composizione, fatta di abitualità, irrazionalità, desiderio di sottomissione e di piegare la volontà altrui, sembra essere non imputabile ad un evento, programmato, regolamentato e limitato, ma sembra essere una caratteristica di un soggetto. Il violento effettivamente può prendere parte al combattimento sportivo, può trovare in esso anche rifugio, ma inevitabilmente si caretterizzerà anche in quest'occasione come tale, anche tra pugni, calci e sangue saprà mostrare la sua incongruenza con lo sport e quindi il suo essere violento. Un esempio per tutti il morso di Tyson, che, con ovvia volontarietà, staccò la cartilagine dell'orecchio al suo avversario. Accusato di violenza sessuale, di rissa e via dicendo Tyson è un animo incline alla violenza e come tale non ha saputo regolamentarsi e sottostare alla razionalità delle regole. Irrazionale, abituale (dentro e fuori dal ring), volontà, sottomissione (l'avversario non poteva prevedere questo tipo di scontro e di lesione), eccoli, sono usciti fuori.
In un contesto sportivo il violento si caratterizza per la fallosità, per lo squilibrio tra tecnica e forza, per l'approccio al combattimento, che egli vede come prova della sua violenza, non come somma di abilità.
Il violento in quanto abituale alla pratica della coercizione, non è legato a niente. E' un lato, deprecabile, del carattere umano. Uno dei più importanti studi sulla violenza, riportato nei testi di sociologia e psicologia, parla di una rapporto costante: aggressività (violenza)-frustrazione.

Quando in palestra incontrare il duro, l'impavido, quello dalla mano pesante, quello che quando arriva un altro violento lo cerca subito per il confronto, quello che non conosce mai allenamento ma è sempre gara, colui che si dipinge fumantino nella vita, ebbene, costui, stando ai migliori studi è semplicemente un frustrato.

Sempre dalla Treccani:
frustrazióne s. f. [dal lat. frustratio -onis «delusione», der. di frustrare «frustrare»]. – 1. Sentimento di chi ritiene che il proprio agire sia stato o sia vano: provare un senso di frustrazione. 2. In psicologia, condizione di tensione psichica determinata da un mancato o ostacolato appagamento di un bisogno; può avere cause esterne (per es., un’educazione troppo autoritaria), o interne (per es., presenza di due bisogni di uguale intensità ma di opposta direzione o comunque incompatibili). Con sign. più specifico, in psicanalisi, effetto della mancata soddisfazione di una pulsione.
Abbiate pena di costoro. Non imitateli (particolarmente per i giovanissimi), non stimateli, non hanno alcuna qualità. La loro benzina è la loro infelicità.

giovedì 6 gennaio 2011

L'altra faccia dei muscoli. Le cose che restano.

Chi come me ha speso tanto tempo, tra le altre cose, sollevando ghisa, dedicandosi alla crescita dei muscoli, della forza e delle prestazioni fisiche in genere dovrebbe provare l'altra faccia dei muscoli, la mente.
Praticare un'arte marziale è molto facile. Basta iscriversi in palestra e seguire un corso. Anche se si è studenti pigri il tempo sarà galantuomo e la vostra fedeltà, più che la vostra pratica, verrà premiata con gli scatti di grado che hanno come unico metro il tempo. Quando al primo infortunio piuttosto serio ci si accorge che le nostre qualità fisiche, particolarmente quelle aerobiche e di scioltezza, sono svanite nel nulla, ci si sente come se tutto il tempo speso fosse stato vano. Mi capitò con il Karate. Una volta che mi diagnosticarono (ma in verita ad oggi nessuno sa cosa ho esattamente) la sindrome della bandelletta ileo tibiale (altre volte mi dissero sindrome femoro-rotulea, ma la sostanza non cambia) e le mie ginocchia iniziarono ad essere insofferenti ai movimenti marziali, vidi tutto quello che sapevo perso. La scioltezza un tenero ricordo di infanzia, la capacità di calciare alto pure. Riprendere sembrava impossibile e fui costretto per molto tempo, anni, ad una solitaria pratica che comunque ha inevitabilmente condizionato e ritardato il mio cammino marziale. Se oggi preferisco approcci privati a quelli di classe, oltre che per motivi di natura didattica che avrò il piacere di spiegarvi in un'altra occasione, una delle motivazioni risiede anche in questa antica abitudine a lavorare solo.
Tutte le volte che provavo il mio Karate provavo dolori inenarrabili a volte fino a causarmi la sensazione di vomito imminente. Questo anche perché in un dato momento mi ero convinto che solo passando attraverso il dolore sarei riuscito a sconfiggere i miei mali e più sentivo il dolore acuirsi più mi allenavo duramente. Non so cosa pensassi, ero convinto di sbloccare qualcosa così facendo. Un giorno finii sdraiato sul parquet di casa mia, dopo aver chiesto per l'ennesima volta troppo alle mie ginocchia e non sapevo riconoscere se era più forte il dolore delle ginocchia o quello del pensiero che a poco a poco, mi sembrava, stavo diventando invalido. Il percorso fu lungo, lunghissimo, tant'è che ancora dura. Ora fortunatamente i dolori sono diventati sopportabili seppur cronici. Proprio nel periodo della mia lotta col dolore più forte che questa strana e misteriosa patologia mi diede pensai che se non volevo rinunciare alle arti marziali avrei dovuto ricominciare da una "low impact", per dirla alla moda, una senza esasperazioni fisiche, articolari, muscolari. Fu così che iniziai ad interessarmi, tra le altre, al Ju Jitsu tradizionale e poi al JKD/Wing Chun. La mia continuita nello stretchare il tensore della fascia lata, lo psoas-iliaco e tutti quei muscoli che mi avevano consigliato di trattare mi portò ottimi risultati. Maggiormente sulla gamba sinistra. Tra alti e bassi ho ripreso discretamente e oggi sono felice della mia tenacia e del mio recupero.
Ho conosciuto e purtroppo da vicino, persone che dopo 10 anni filati passati a fare un'arte marziale non conoscono nulla di questa e spesso sono anche pessimi esecutori delle tecniche. Eppure, magari, un grado altisonante gli pendeva dall'uniforme. Persone che invogliati dai genitori, amici, amici degli amici, promozioni e super offerte della palestra, inerzia o semplice monotonia hanno continuato per un tempo considerevole e senza interruzioni un percorso marziale di cui oggi non hanno nulla. Non gli è rimasto nulla. Incapaci di eseguire senza ripasso le tecniche, non ricordano più nomi e storie della disciplina, privi nel presente di ogni traccia del loro passato marziale.
Vedo molti praticanti, soprattutto quelli più aggressivi e convinti, destinati a questa fine. Hanno pagato per anni un qualche abbonamento, il loro corpo ne ha giovato ma poiché nel mondo tutto è effimero il loro corpo ora decade, i soldi spesi non sono stati un investimento ma un furto, la loro pratica finità non è neanche più ripercorribile perché non è mai esistita fuori dalle mura della palestra.
Chi ha avuto come me problemi fisici sa di cosa parlo. Sa quale impressione facciano queste persone, che in un primo momento vedevamo come fortunate ma oggi appaiono come un nulla, come un numero di tessera, un colore di una qualche stoffa. Le arti marziali le hanno solo sfiorate perché non hanno mai conosciuto l'altra faccia dei muscoli. La mente, la tradizione, lo studio, lo sperimentare senza essere supini di fronte al proprio maestro, teorizzare, provare a sentire l'energia dell'Hara o del Dan tien  e vedere un po' se davvero esiste, provare le tecniche che come un bignami potrai portarti sempre appresso anche quando non sarai atletico, studiare quei principi che anche senza stile faranno del tuo corpo una macchina migliore... queste sono le cose che restano. Il fiato, la forza, la velocità, l'ipertrofia, la definizione, la scioltezza sono effimeri. Soffrono il tempo, la forza di gravità e gli impegni del quotidiano. Non potrai magari un giorno allenarti sei volte a settimana. Se avrai lavorato bene su queste cose sarai per sempre un'artista marziale. Anche i Gracie, tra i più prosaici e materiali dei marzialisti leggendari, hanno la loro parte esoterica, la loro filosofia, la loro logica geometrica, le loro convinzioni, la loro storia, i loro valori. Sono precisi e scanditi. Questi fanno sì che un pugno sia sempre un pugno anche quando non avrai più un nome esotico da dargli o lo avrai semplicemente scordato, il nome. Gli studi, le sperimentazioni, le meditazioni, la respirazionione addominale, provare a fare il massimo danno col minimo sforzo, imparare a ottimizzare le nostre risorse sono le cose che rimangono e che ti salveranno la vita, a prescindere da quale sia la materia dell'attacco. Sono le cose che fanno l'artista marziale, ovvero colui il quale sa predisporre il proprio corpo e il proprio spirito all'arte della guerra.

Per questo motivi mi sento di consigliare a tutti una pratica "diversa" da affiancare a quella già praticata. Ce ne sono tante possibili e le vedremo in un altro momento.

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Se parli...

Se desideri parlare male del Ju Jitsu giapponese in favore del brasiliano è bene che tu sappia che tutte le posizioni dominati sono identiche a quelle del Ju Jitsu giapponese. Così come la quasi totalità delle leve e strangolamenti.
Se parli male del Ju Jitsu giapponese e lo hai praticato prenditela col tuo istruttore o maestro, magari lui non vale una cicca.
Se parli male del Ju Jitsu giapponese e fai brasiliano significa che non sai che circa i 3/4 e oltre delle tecniche che usi sono identiche e di provenienza nipponica. Se ne parli male perché pensi che siano molto differenti "ci passa un abisso" come lessi, probabilmente non sai che il Ju Jitsu del sol levante è una disciplina marziale estremamente variegata, passando di ryu in ryu (se sai che vuol dire) si trovano molte differenze, soprattutto strategiche. Chi pone più enfasi sugli Atemi, chi sulle Kansetsu Waza, chi sulle Nage Waza, chi sulle Ne Waza, Osae Waza e Jime Waza (come il JJ Brasiliano).
Semplicemente il bjj è orientato sulla lotta al suolo il jjj varia il suo orientamento a seconda della scuola, ma complessivamente, in genere, comprende sia colpi, proiezioni, lotta a terra e leve di vario tipo. Quale si privilegi dipende.
Se pensi che queste due discipline possano competere, questa è meglio di quella e vicecersa, non sai nulla della nascita di entrambe e sei un praticante per moda.

mercoledì 5 gennaio 2011

Luca Anacoreta, campione del presente e del futuro.

Nomen Omen. Il destino è nel nome, il nome racconta e informa. Un qualche antenato di Luca deve aver avuto la sua stessa dedizione, la stessa che mette in ogni allenamento, in ogni lezione, quasi da anacoreta. Un anacoreta del Jiu Jitsu, un ragazzo che si dedica al Jiu Jitsu monasticamente.
Al contrario di altre persone dell'ambiente marziale Luca non mi è capitato per caso lo ho scelto con un ragionamento semplice: è il più forte agonista in circolazione del Jiu Jitsu, considerando età, titoli, spettacolarità delle vittorie e la tremenda costanza. Con queste premesse mi sono detto che dovevo prendere lezioni da lui. Così ho fatto e così sto facendo.

La prima volta che lo vidi, alla palestra di portuense, rimasi impressionato per la foga degli allenamenti del gruppo in generale e non mi piacque. Pensavo fosse uno dei tanti ragazzi tutto fiato, tutto atletismo. Poi a furia di vedere e rivedere i suoi video ebbi la folgorazione. Pensai che non poteva essere un caso che quel ragazzo vincesse sempre e soprattutto vincesse facendo addirittura dello spettacolo. Di lì ad allenarmi con lui il passo è stato breve.
Ho scoperto così un ragazzo di rara sensibilità che sembra aver compiuto un salto generazionale. Se parli con Luca non ti sembra di parlare con un poco più che ventenne. Sembra ed è un uomo. Luca è un uomo dentro e fuori dal tatami è una persona che ha scelto il Jiu Jitsu, anche se amo pensare che il Jiu Jitsu abbia scelto lui, perché davvero sembra un predestinato, uno di quelli per cui è tutto facile.
Immagino e parzialmente so che Luca non viene da una zona facile. I coatti romani imperversano dove è nato, almeno così so e credo. Proprio per questa mia convinzione non posso non vedere in lui una persona che è uscito dalla monta più difficile da subire, quella del condizionamento sociale, quella del degrado giovanile, oggi onnipresente. Ho avuto qualche amico che viene dalle sue parti e sono convinto del mio pensiero, anche se non so di fatto sulla sua storia. Luca ha svettato rispetto all'ambiente circostante ed è diventato il giovane maestro che è. Senza aver conosciuto gli oss, i seiza, i rei, gli inchini, le flessioni per punizione e i saltelli sempre come pena, ha di suo una marzialità profonda, piena di rispetto, di umiltà e di tradizione. Una tradizione che non gli è stata insegnata, come dicevamo, ma che ha percepito per satori direi, per illuminazione, ne ha respirato l'essenza e la applica. Per lui il Jiu Jitsu è elevazione spirituale, la sopraffazione non è un suo pensiero, il suo pensiero è l'arte.
Enciclopedico nel suo sapere, infallibile nell'applicarlo.
Quando mi ci alleno gli dico sempre che percepisco la sua immensa intelligenza motoria, lo riempio di domande e di chiacchiere. Proprio qui scopro il suo lato più delizioso. D'un tratto m'accorgo, prolisso come sono, che sto parlando da un po' troppo tempo, vedo la sua timidezza muoversi sotto la pelle e allora gli dico "ah scusa, continuiamo". Mi rendo conto che magari lo ho annoiato. Eppure lui non fa un fiato e se non fosse per questa mia empatia sarebbe inintellegibile il suo telepatico dirmi "sì ok Nicola, ora continuiamo però!". E' rispettoso del suo interlocutore, come è raro, raro soprattutto tra gli insegnanti in genere, che come diceva Nanni Moretti a proposito dei medici, sanno parlare ma non sanno ascoltare. Per questo passa in automatico da insegnante a Maestro. Nessun titolo, carta, diploma vale. Se un tuo alunno ti sente Maestro, lo sei. Non si può certificare eppure è il titolo più importante.

Luca è sempre disponibile per lezioni private nelle quali insegna con passione e impegno. Consiglio a tutti di provare per capire la sua bravura come insegnante oltre che come agonista. Contattalo a lucanacoreta@hotmail.it

lunedì 3 gennaio 2011

"MMA... e sai che sono forte"

Io sono un umile praticante che vuol provare a combattere. Studio, mi aggiorno, incontro maestri, mi alleno come posso. Niente di speciale. Io di mio provo ad allenarmi in un cross training che credo funzionale al mio concetto di MMA.
Ora, io sono di norma tollerante, però alcune cose, non è per cattiveria, proprio non le capisco e credo inficino i praticanti seri. Ma perché cacchio persone che non tirano un calcio o un pugno da sei anni e non ne prendono uno da USA'94 per il semplice fatto di fare Jiu Jitsu brasiliano si sentono praticanti di MMA? Davvero, non lo capisco proprio! Posso capire quelle persone che hanno un Jiu Jitsu così elevato e buono per cui in linea teorica mettendo un Low Kick e i diretti potrebbero essere pronti a questo tipo di confronto. Sì loro sì, è normale. Così come qualsiasi campione o eccelso praticante di uno sport di contatto, ha potenzialmente almeno una buona parte di preparazione per un confronto in un contesto meno restrittivo. Ovvio. Ma tralasciando chi lotta ad alti livelli, perché nelle palestre 3/4 dei praticanti di bjj si sentono sostenitori delle MMA? Praticanti di MMA. Parte del mondo delle MMA.  Ma perché? Perché fanno Jiu Jitsu? Cacchio è finito il tempo dei Gracie che sbaragliavano il mondo. Perché chi fa Kick o Thai Boxing, come ad esempio Wanderlei Silva o CroCop, non si sente egualmente depositario di una delle parti fondamentali di quello che mediamente è l'allenamento per MMA?







Li vedi girarsi per le palestre con le magliette con le più ridicole scritte sulle MMA, come i ragazzini con le magliette dei gruppi metal. Sotto il "gi" la maglietta di un qualche campione magari... E cazzo non colpiscono o vedono il sacco, un colpitore, un pao da una vita... o, e capita spesso, non lo hanno mai visto. Prendere o dare pugni poi... mai. Eppure sono fieri, gagliardi, impettiti, ti sparlano degli altri praticanti che stanno in palesta e li guardano con superiorità. Ti dicono nello spogliatoio che il Maestro X di qualche altra disciplina oggi ha fatto un allenamento ridicolo. Camminano con il passo pesante anche se pesano 64kg... Magari non hanno mai fatto altre arti marziali e non si sono mai allenati nella logica delle arti marziali miste e danno pomposi giudizi, sul come, dove, con chi, perché allenarsi, fare, praticare, mangiare. Magari ti consigliano gli integratori, le riviste, le magliette. In virtù di cosa? Non del loro alto livello di Jiu Jitsu compatibile con quello richiesto dalle MMA, ma il semplice fatto che, sì, anche loro fanno Brazilian Jiu Jitsu. Come i Gracie!!!!! Come Werdum!!!!!! WOOOOW!... Anche io pratico Jiu Jitsu e questo di per sé non mi fa sentire un praticante di MMA. In realtà non me lo fa sentire neanche il fatto che provo a combinare striking, stand up grappling, ground fighting, Al massimo questo mi fa sentire una persona che prova, prova solamente, ad allenarsi con quegli schemi, quello spirito.Non mi sono sentito un valetudista nemmeno quando con il Mestre Rogerio Olegario, su mia richiesta, ci siamo allenati a lottare a terra con lui che colpiva anche e io che facevo il grappler puro. Mi rimbalzava la testa sul tatami per i pugni che prendevo tenendolo in guardia, provandoci almeno. Eppure finii di allenarmi e mi misi la maglietta di decathlon. Non quella di Sakara, Fedor, Matt Huges e altri campioni che con me non c'entrano nulla e che posso onorare in modi migliori. Mondo di apparenze, mondo di mode. Me ne parlava un mio amico, praticante di Jeet Kune Do a tutto tondo. Diceva: sai perché tutti, anche quelli che vengono dal Kali o dal Silat, nel dubbio, scrivono nei corsi delle palestre che fanno JKD? Perché sanno che comunque attira gente.
Parafrasando e per analogia ecco perché tanti jujiteri fin dalla prima ora si sentono parte del duro mondo delle gabbie. Perché sanno che attira una qualche misteriosa stima, dà sicurezza in sé stessi e fa tanto, tanto fico.

In difesa e rispetto di tutti i praticanti seri dell' "arte suave" e degli appassionati di arti marziali miste.